Il 3 novembre del…

2 Novembre 2006 Nessun commento

…1943 Adolf Hitler emana la direttiva strategica n. 51:con essa decide di sospendere ulteriori invii di truppe sul fronte orientale,dove oramai l’ Armata Rossa è sulla controffensiva,per guarnire le forze già dislocate nell’ Europa occidentale,tra Olanda,Belgio e Francia,al fine di prevenire,o comunque contrastare,un sempre più probabile sbarco alleato per l’ apertura di un secondo fronte in Europa .
Nel maggio di quello stesso ’43 le forze sottomarine tedesche,pur brillantemente guidate dall’ ammiraglio Karl Doenitz,avevano difatti perso la cruciale battaglia dell’ Atlantico:da allora,il trasferimento di uomini,mezzi e materiali dall’ America all’ Inghilterra,ove si andava progressivamente formando il corpo di invasione dell’ Europa,si fece inarrestabile,rendendo l’ invasione stessa certa .
Una invasione necessaria per aprire quel secondo fronte più volte richiesto da Stalin,per alleviare il gigantesco sforzo sovietico nel respingere verso ovest una Wehrmacht comunque ancora tutt’ altro che battuta;non poteva del resto considerarsi un vero secondo fronte quello italiano,che per le sue ben note caratteristiche morfologiche – la forma per così dire “stivalesca” della penisola,contrassegnata da un continuo succedersi di fiumi,catene montuose,gruppi collinari facilmente difendibili e strette pianure che di fatto ostacolavano l’ avanzata delle grosse formazioni corazzate angloamericane – si prestava benissimo all’ abile azione di contrasto magistralmente orchestrata dal feldmaresciallo Albert Kesselring .
Alla fine di quello stesso mese di novembre,il feldmaresciallo Rommel fu nominato ispettore generale di tutte le difese costiere occidentali,il cosiddetto “Vallo Atlantico”,nel gennaio ’44 divenne anche vice-comandante in capo dell’ intero fronte occidentale (=quello di lì a poco investito dall’ invasione):egli si prodigò senza sosta per sviluppare il sistema difensivo costiero,introducendo anche nuove tattiche antisbarco – tra cui i famigerati “asparagi di Rommel”,grossi spuntoni conficcati nel terreno retrostante la costa per ostacolare l’ aviosbarco dei paracadutisti – ,non senza contrasti col suo superiore,il feldmaresciallo Gerd von Runstedt,e con altri generali e comandanti operativi .
Secondo alcuni critici egli fece soltanto perdere un mucchio di tempo e denaro nell’ apprestare un vasto quanto inutile dispositivo di difesa,ma è probabile che,se l’ opera disinformatrice della intelligence angloamericana – mirante a far credere ai Tedeschi che l’ invasione non sarebbe avvenuta in Normandia,come poi fù,ma altrove – non avesse avuto successo,e se lui stesso avesse avuto più libertà di manovra nel disporre di tutti i reparti sotto il suo comando,comprese alcune divisioni corazzate ben addestrate,sarebbe riuscito a respingere lo sbarco,con conseguenze che,grazie a Dio,noi oggi possiamo solo immaginare .
Sulla epopea del D-Day è stato scritto e pubblicato moltissimo,perciò mi limiterò a suggerire quei testi che più mi hanno colpito (e convinto):

-) David Fraser / “Rommel” / Mondadori ;

-) Larry Collins / “Il D-Day” / Mondadori ;

oltre alla sempre ottima storia generale della SGM :

-) John Keegan / “La Seconda guerra mondiale.Una storia militare” / Rizzoli

Ungheria,1956:quando tutto un popolo combatte – e muore – per la libertà .

22 Ottobre 2006 7 commenti

Budapest ’56:morire per la libertà

di Valentina Meliadò

Tratto dall’ ottimo sito sito www.RAGIONPOLITICA.it

Per quanti anni possano trascorrere, ci sono eventi che segnano il cammino dell’uomo e costituiscono un paradigma per la sua evoluzione, un modello da non dimenticare mai. Uno di questi è certamente la rivoluzione ungherese del 1956 contro il comunismo magiaro e l’imperialismo sovietico, una insurrezione popolare in nome della libertà, della democrazia, della sovranità, della prospettiva di una vita migliore.

Una rivolta brutalmente repressa nel sangue dai carri armati sovietici e definitivamente annientata solo con l’invasione sovietica dell’Ungheria. E’ impossibile, in poche righe, ripercorrere la cronologia degli eventi che sfociarono nella rivoluzione ungherese, ma – com’è noto – il ’56 è stato l’anno del XX congresso del Pcus, del rapporto segreto sui crimini di Stalin, di quel processo passato alla storia con il nome di destalinizzazione, grazie al quale Nikita Chruscev si illuse di salvaguardare il comunismo mondiale buttando alle ortiche Stalin. Ma si sbagliò.

Quel poco di libertà e di riforme attuate per mano di uomini come Gomulka e Nagy in Paesi come la Polonia e l’Ungheria, che più di altri avevano sofferto il parossismo staliniano, furono sufficienti a fa esplodere micce che da anni covavano sotto la cenere e che – se lasciate libere di espandersi – avrebbero potuto distruggere l’impero sovietico. E Chruscev, difatti, le spense nel sangue di decine di migliaia di ungheresi coraggiosi che dal 23 ottobre 1956, giorno dei primi scontri causati dai blindati che spararono sulla folla di fronte al palazzo della Radio di Budapest, continuarono a combattere fin oltre la seconda e definitiva ondata di repressione, la notte tra il 3 e il 4 novembre, ad opera dei carri armati giunti direttamente dall’Unione Sovietica. Ma, nonostante i terribili mezzi della repressione, ci vollero diversi mesi per riportare definitivamente l’ordine; ci vollero molte migliaia di morti, il ripristino della legge marziale, la condanna a morte di centinaia di rivoltosi, tra cui l’ 82enne Imre
Nagy, l’ex presidente del Consiglio il cui governo – la notte prima dell’invasione – aveva votato l’uscita dell’Ungheria dal Patto di Varsavia, e la firma di un patto con l’Unione Sovietica grazie al quale i blindati russi stanziarono nel Paese altri trentadue anni.

La rivoluzione ungherese è stata anche uno degli avvenimenti storici più calunniati del secolo. L’insurrezione fu portata avanti da tutti gli strati e le categorie sociali del Paese; si trattò della sollevazione nazionale di un popolo orgoglioso che lottava non solo contro le sofferenze fisiche e morali che il comunismo gli aveva causato, ma anche contro il grigiore egualitario politico e culturale che aveva soffocato la tradizione, l’identità, il patriottismo e la specificità del popolo magiaro. Per questo il disprezzo che piovve su questi eroi della libertà da parte del comunismo mondiale e – in Italia – del Pci di Palmiro Togliatti, che bollò i rivoluzionari come orde fasciste reazionarie che andavano schiacciate, a cinquant’anni di distanza fa ancora male. Fa ancora male perché, nonostante la riabilitazione dei protagonisti di quella battaglia da parte dello stesso Partito Comunista italiano (1986), e in generale delle sinistre di tutta Europa, la lezione di quella rivoluzione – come di altre – non doveva esaurirsi nella ragione di chi, allora, combatteva contro il comunismo.

C’è qualcosa che non va se il ricordo di quella ragione – che era la ragione dell’Occidente liberale e democratico contro la più longeva ideologia totalitaria di tutti i tempi – ancora oggi non regge il confronto con decenni di propaganda e di odio antioccidentale ed anticapitalista che hanno svilito il significato di parole come libertà e democrazia. Ricordare il cinquantesimo anniversario della rivoluzione ungherese, dunque, non è solo un dovere nei confronti di uomini e donne che hanno sacrificato la propria vita per la libertà; non è solo un esercizio di retorica. E’, o dovrebbe comunque essere, un’occasione per ripetere a noi stessi quanto sangue è stato versato per la conquista dei valori e dei diritti delle democrazie occidentali. Significa non dimenticare da quali tragedie veniamo e per cosa abbiamo combattuto tanto. Significa, semplicemente, provare l’orgoglio di appartenere ad una civiltà piena di contraddizioni, di male, di ingiustizia, di sofferenza, ma che è e rimane il prodotto perfettibile dell’ aspirazione dell’uomo alla libertà; è e rimane un sistema di convivenza umana privo di alternative che è costato milioni di morti, e che non è al riparo da nuove, terribili minacce, la cui sconfitta dipenderà esclusivamente dalla nostra voglia e capacità di combattere la dura battaglia delle idee, e di ricordare il senso profondo di anniversari come quello che cade il 23 ottobre.
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p.s. Non ho inteso aggiungere nulla a questo bellissimo articolo,perchè mi sembra dire già tutto;mi limito a segnalare due ottimi lavori,usciti di recente e dedicati proprio al fatidico autunno ungherese del 1956:

-)Enzo Bettiza / “1956″ / Mondadori ;

-)Viktor Sebastyen / “Budapest 1956″ / Rizzoli .

L’ opera di Bettiza merita una particolare segnalazione,incentrata sulle reazioni politiche occidentali al martirologio degli insorti ungheresi,quindi anche sulla cinica figura di Palmiro Togliatti,leader indiscusso di un PCI che per decenni fece di tutto per celare la verità sui fatti d’ Ungheria,criminalizzando indecentemente l’ epica lotta di un intero popolo .
Suggerisco inoltre,a chiunque ne avesse la possibilità,di guardare “History Channel”,canale 406 di Sky,a partire dalle ore 21 di questa sera:saranno difatti trasmessi due documentari,uno sui fatti generali,l’ altro sulla figura politica ed umana di Imre Naghy,l’ 82 enne leader della eroica rivolta antitotalitaria del ’56 .

Le ultime (?) gesta della sinistra regressista…

20 Ottobre 2006 Nessun commento

Giampaolo Pansa è da sempre un militante di sinistra,iscritto al PCI/PDs/Ds,editorialista dei maggiori giornali e periodici ascrivibili al campo della sinistra culturale;laureatosi nel 1960 con una tesi sulla resistenza nella sua terra d’ origine,il Piemonte meridionale,da allora ha alternato l’ attività di cronista a quella di divulgatore storico (segnalo particolarmente un suo lavoro del ’69 sulle forze armate della RSI).
Da persona libera,da vero laico quale egli è,non ha mancato di assumere posizioni coraggiose:ad esempio,dopo il vile assassinio del commissario Luigi Calabresi (1972),sulla “Stampa” di Torino,quotidiano per cui allora scriveva,ne fece un ritratto acuto e positivo,in netta controtendenza rispetto al linciaggio mediatico orchestrato dai soloni della cultura – cosiddetta – “progressista”,da Adriano Sofri a Camilla Cederna a Dario Fo,che a torto lo bollarono,anche dopo la morte,come l’ assassino dell’ anarchico milanese Pinelli (=cui era semmai legato da una reciproca simpatia umana,come lo stesso Pansa ebbe a ricordare).
Da alcuni anni,a partire dal libro “I figli dell’ aquila” del 2002,passando per il celeberrimo “Il sangue dei vinti” (2003) e “Sconosciuto 1945″ (del 2005),egli si è impegnato in uno sforzo di comprensione intellettuale delle ragioni di quanti,sessant’ anni fà,militarono nella parte sbagliata ,cioè la Repubblica fascista di Salò:non per rilegittimare tardivamente una ideologia che egli ha sempre avversato,ma semplicemente perchè crede che in una vera democrazia non possano esistere dei tabù intellettuali,ed essendo oltretutto passato così tanto tempo da quei drammatici fatti,egli sa bene che il rischio neofascista è davvero definitivamente scomparso . Essendo un affezionato lettore sia del Pansa giornalista che del Pansa divulgatore,pur riconoscendomi in una cultura di destra democratica – quindi avversaria, ma non nemica ,di quella di sinistra di cui Pansa è un esponente,già da vari anni,credo laicamente che la sua opera possa certamente essere criticata sotto molteplici punti di vista:certo non si tratta di un lavoro rigorosamente scientifico,accademico (non lo erano neppure quelli del grande Indro Montanelli sulla storia d’ Italia,tanto bistrattati dai professionisti della critica più o meno “militante”,quanto letti ed apprezzati dal grande pubblico ),come lui stesso ha più volte ammesso,ma si fonda pur sempre su una vasta ed instancabile attività di ricerca e scrematura di fonti e testimonianze innumerevoli,ancorchè in parte bistrattate dalla storiografia tradizionale . Il suo lavoro,di impianto genuinamente e laicamente revisionista,si fonda insomma su solide basi documentali:è perciò che,non potendo negare gli esiti,i frutti del suddetto lavoro – in estrema sintesi:nel 1945-’46 vi fu una vera e cruenta guerra civile,scatenata dagli elementi comunisti più facinorosi e bloccata opportunisticamente da Togliatti,ma giammai veramente rielaborata e condannata dal gruppo dirigente del PCI – ,i suoi detrattori più livorosi squalificano l’ autore,presentandolo strumentalmente come una sorta di “agente berlusconiano” più o meno consapevole,quasi un…venduto insomma,un ignobile apostata (=traditore cioè della “vera” fede,quella marxista),giungendo persino ad invocare la messa all’ indice delle sue opere più recenti e “scandalose”,secondo l’ idea di quel bel campione di democrazia che è Giorgio Bocca .
In fondo,già lo storico siciliano Rosario Romeo dovette subire gli strali della cosiddetta intellighentzya comunista,quando “osò” smascherare l’ inconsistenza del dogma gramsciano del Risorgimento come “rivoluzione mancata”,per non parlare di Renzo De Felice,al quale un gruppo di cosiddetti antifascisti “militanti” arrivò a bruciare l’ uscio di casa,solo perchè aveva scientificamente ribaltato la vulgata comunista di una Resistenza egemonizzata politicamente e militarmente dall’ infallibile PCI togliattiano,eppoi “tradita” dal “reazionario” De Gasperi in zelante ossequio all’ arrogante imperialismo americano:ma i tempi sono cambiati,le giovani generazioni sentono sempre meno il peso condizionante del passato,e con la scomparsa di una sinistra unita ed egemonizzata dal PCI,si può oggi discutere serenamente e scientificamente del grado di consenso di cui fu oggetto Mussolini nella sua ventennale carriera di tiranno ,senza per questo essere tacciati e discriminati come “criptofascisti” e simili bestialità propagandistiche .
Per promuovere,magari,una cultura di antifascismo senza fanfare ,secondo una felice definizione dello scomparso De Felice,una cultura cioè autenticamente e pienamente democratica ,e pertanto avversaria di ogni dottrina autoritaria e totalitaria:come il Fascismo (l’ altroieri),certo,come il Comunismo (ieri),come il Fondamentalismo Islamico .
Oggi .
Affinchè nessuno possa essere più insultato ed aggredito solo per aver “osato” esporre le proprie argomentate idee,come è successo appena pochi giorni fà a Pansa,mentre ptresentava il suo ultimo libro a Reggio Emilia,ad opera di un (altro) gruppo di cosiddetti antifascisti “militanti” .

Un piccolo fatterello quotidiano…

13 Ottobre 2006 Nessun commento

Ieri,mentre mi trovavo a Nettuno per delle terapie,mi è capitato di osservare un cagnolino,piccolo – sia per età che per stazza – ,spelacchiato,impaurito,che se ne stava quasi sul bordo della strada,percorrendolo prima in un senso e poi nell’ altro:era evidentemente zoppo alla zampetta posteriore destra,e abbandonato da non molto tempo .
Io per primo so benissimo come uno spettacolo del genere sia purtroppo attualissimo,oserei dire quasi “normale”:epperò rientra in quel genere di normalità cui non ho mai saputo rassegnarmi .
Vivendo in campagna,alla periferia di una grande città (=Roma),godo mio malgrado di un osservatorio privilegiato su questo silenzioso stillicidio quotidiano di piccole vite animali,di cani e gatti – soprattutto,ma non solo loro…non avete idea di cosa sia capace di disfarsi l’ uomo contemporaneo – ;è così fin da bambino,alcune (pochissime) di queste sfortunate creature ho potuto salvarle io stesso,anche grazie all’ aiuto della mia famiglia,altre abbiam potuto sistemarle presso persone fidate,ma pare una battaglia che si rinnovi naturaliter ogni giorno,(quasi) senza speranza .
A molti,peraltro,potrà anche sembrare una battaglia secondaria,rispetto ai numerosi e gravi problemi che assillano l’ odierna umanità,dal Terrorismo alle minacce nucleari dei regimi totalitari di Iran e Corea del Nord,dalla recrudescenza delle odiose violenze su donne e bambini innocenti alla fame nel mondo,ed è così:però è un problema “secondario” su cui ognuno di noi ,nel suo piccolo, può fare la propria parte ,non solo accogliendo o sistemando questi amici traditi dell’ uomo,ma anche denunciando i loro traditori – perchè oggi gli abusi e l’ abbandono di animali sono anche severamente puniti dalla legge (=peraltro,uno dei pochi provvedimenti davvero sensati e sentiti dalla gente,che questa classe politica sia riuscita ad approvare all’ unanimità,nella scorsa legislatura) – ,e sostenendo quella rete sempre più ampia di associazioni,enti,gruppi impegnati nella loro accoglienza e successiva adozione .
Realtà nazionali importanti,come l’ ENPA,la LAV,la LIPU,ma anche più vicine a noi,come ad esempio – ne cito una,a titolo d’ esempio,perchè la conosco bene e stimo moltissimo – il blog “TuttiacasadiPablito”:e anche se questo dell’ abandono degli animali può legittimamente sembrare un male minore,è pur sempre un male,cui ognuno può realmente opporsi,facendo qualcosa,quel che può . Perchè rassegnarsi al male,a qualunque male ?

Fu una guerra di coalizione,ergo anche una vittoria di coalizione.

23 Giugno 2006 2 commenti

Il 23 giugno del 1944,l’ Armata Rossa sferrava una massiccia offensiva lungo tutto il settore centrale del fronte bellico tedesco/sovietico:assecondando una promessa fatta mesi addietro a Roosevelt,Stalin così mirava soprattutto a sfruttare la concentrazione delle forze tedesche ad occidente,impegnate nel tentativo di ricacciare in mare gli AngloAmericani (appena sbarcati sulle spiagge della Normandia).
Questa offensiva,denominata “Operazione Bagration” ,portò alla virtuale distruzione del Gruppo d’ Armate Centro:30 divisioni tedesche cessarono di fatto di esistere,ed oltre 500mila soldati tedeschi rimasero uccisi,o furono catturati dai Sovietici durante le 5 settimane di impetuosa avanzata,al termine delle quali poterono attestarsi sulla sponda sinistra della Vistola,ossia alla periferia orientale di Varsavia,che allora insorse per iniziativa dei guerriglieri nazionalisti fedeli al legittimo governo polacco in esilio a Londra (di orientamento moderato).
Malgrado fossero nelle condizioni di farlo,per esplicita volontà di Stalin i Sovietici si astennero dal fornire ogni tipo di aiuto agli insorti antitedeschi,appunto perchè di orientamento politico moderato:al termine di 2 lunghi mesi di eroica resistenza ingaggiata strada per strada contro le migliori truppe della Wehrmacht e delle SS,i partigiani nazionali furono battuti e sterminati dalla furia vendicativa nazista,così nell’ immediato dopoguerra il regime sovietico potè imporre in Polonia un governo fantoccio d’ estrema sinistra,totalmente asservito ai desiderata provenienti da Mosca.
Ad ogni modo,l’ Operazione Bagration ebbe un altissimo valore simbolico per l’ Armata Rossa,perchè iniziata esattamente 3 anni dopo quella famigerata “Operazione Barbarossa”,fortemente voluta da Hitler in persona,nel corso della quale l’ URSS rischiò seriamente di essere annientata:grazie allo straordinario spirito di abnegazione dei cittadini sovietici,combinato coi massicci aiuti d’ ogni tipo subito erogati dagli Alleati occidentali (Gran Bretagna e,dal dicembre ’41,anche gli USA) e dalla ferma guida centrale di Stalin,opportunamente autonominatosi Signore assoluto della Grande Guerra Patriottica,l’ URSS fu comunque in grado di contenere,arrestare eppoi ribattere l’ offensiva tedesca,sino alla presa finale di Berlino.
Vero protagonista però,più che Stalin – colpevole anche di numerosi e gravi errori precedenti,come la fattiva cooperazione con Hitler sino al giorno della proditoria aggressione nazista – ,fu l’ insieme del popolo sovietico,che ebbe (almeno) 20 milioni di morti,in gran parte civili,poichè da subito Hitler impostò Barbarossa come una guerra di sterminio del “nemico ontologico” del suo Reich millenario ,appunto l’ URSS,nemico sia a livello razziale – come nazione capofila degli Slavi,”razza schiava” per antonomasia secondo la dottrina nazionalsocialista – che ideologico – essendo la nazione portabandiera del bolscevismo “materialista” e “giudaizzatore”.
Richiamandosi alla mancata ratifica,da parte sovietica,delle vigenti convenzioni sul diritto bellico internazionale,Hitler ordinò espressamente di non risparmiare la vita di dirigenti e funzionari del PCUS,mentre nelle immediate retrovie del fronte,sin dai primi giorni dell’ invasione agirono i battaglioni speciali delle SS,noti come Einsatzgruppen ,incaricati di reprimere nel sangue ogni pur blando moto di opposizione,ma anche di massacrare le numerose comunità ebraiche locali (=oltre un milione di ebrei sovietici furon sommariamente giustiziati da questi squadroni della morte);verso i soldati sovietici catturati nessuna pietà,tanto che ne sarebbero morti oltre 3 milioni,ammazzati subito o deceduti per la fame e gli stenti dell’ inumano regime detentivo gestito dalle SS.
Tuttavia,fin dalla prima fase di Barbarossa,quando la Wehrmacht dilagava lungo tutto il fronte,la resistenza militare opposta dai soldati sovietici fu tenacissima,disperata,non tanto per incrollabile fedeltà verso Stalin,quanto per la fondata paura di essere catturati vivi eppoi uccisi dai Tedeschi:molti reparti,pur decimati e sbandati,diedero vita ad una intensa attività di guerriglia dietro le forze dell’ Asse avanzanti,pagandola a carissimo prezzo per poi,nel dopoguerra,non essere mai premiati o ricordati dal regime sovietico,diffidente verso questi perdenti ed irregolari ,”indegni” rappresentanti del devoto spirito combattivo della popolazione dell’ URSS.
Alla immensa e tragica epopea della guerra ad est presero parte anche truppe italiane,inopinatamente spedite al fronte da un Mussolini avido di vittorie sul campo,senza che Hitler ne avesse,almeno inizialmente,bisogno (anzi…!):partiti in circa 230mila,solo 90mila sarebbero ritornati vivi in patria,all’ inizio del 1943,subito dopo la grande rotta di Stalingrado (lo sfondamento sovietico in profondità,partito da questa autentica città-martire della seconda guerra mondiale nel novembre del 1942).
Onore quindi agli innumerevoli eroi anonimi e silenziosi di quella tragica epopea collettiva,dannazione eterna verso tutti coloro che,per fanatismo ideologico,o cinico opportunismo,la scatenarono ed alimentarono colpevolmente,a partire dagli alleati d’ acciaio Hitler e Mussolini.

p.s. La letteratura sul tema è davvero molto ampia e variegata,pertanto mi limiterò a segnalare alcuni testi che mi paiono maggiormente esaustivi e significativi.

Tra le storie generali della SGM:

-)Richard Overy / La strada della vittoria / il Mulino (prima ed. 1995);

-)John Keegan / La Seconda Guerra Mondiale.Una storia militare / Rizzoli (1990);

-)Basil Liddel Hart / Storia militare della Seconda Guerra Mondiale / Mondadori (1970).

Tra le opere relative in particolare allo sforzo bellico dell’ URSS:

-)Richard Overy / Russia in guerra 1941-1945 / il Saggiatore (1997);

-)Antony Beevor / Stalingrado / Rizzoli (1998);

-)Antony Beevor / Berlino 1945.La caduta / Rizzoli (2002).

Sui famigerati “squadroni della morte” delle SS:

-)Richard Rhodes / Gli specialisti della morte / Mondadori (2004.

Grazie,Presidente Napolitano!

21 Giugno 2006 3 commenti

In visita ufficiale nella “sua” – meravigliosa – Napoli,il nostro Capo dello Stato (ci) ha ricordato l’ estrema importanza che,in occasione del referendum confermativo del 25 e 26 giugno prossimi,si rechi alle urne il più alto numero possibile di aventi diritto:sia perchè in questo tipo specifico di referendum non è previsto alcun quorum ,ragion per cui ogni singolo voto è davvero potenzialmente decisivo ,sia perchè la consultazione referendaria investe pur sempre la Costituzione,che è la Carta fondamentale dello Stato.
A prescindere dalle – va da sè – assolutamente legittime intenzioni di voto di ciascuno,infatti,è molto importante che gli Italiani si pronuncino consapevolmente e maggioritariamente,fornendo una prova ulteriore di maturità democratica.
Ma Napolitano si è spinto più in là,rammentando all’ attuale maggioranza di governo di centrosinistra come sia sommamente inopportuno demonizzare l’ intera opera politica della precedente maggioranza,ed alla opposizione di centrodestra come i superiori interessi del Paese rendano quantomeno auspicabile,talvolta,sostenere l’ azione del governo in carica,pur nella fisiologica distinzione dei ruoli:è più di un mero richiamo al dialogo,perchè pone già le prime,fondamentali basi per una dialettica costruttiva tra Unione e Casa delle Libertà.
E’ un ragionamento evidentemente logico ed apprezzabile,perchè un Paese spaccato politicamente a metà,qualunque sia l’ esito della consultazione referendaria,non può fare a meno di un rapporto costruttivo tra i due schieramenti,che parta magari proprio da un qualche disegno concordato di riforma della Costituzione,per rendere questo testo fondamentale maggiormente al passo dei tempi (e dei cambiamenti sopravvenuti nella società italiana),secondo quella che,pur nella diversità di opinioni sulla riforma costituzionale oggetto del voto popolare,resta comunque una istanza diffusa e trasversale.
Personalmente credo in una affermazione del sì,del fronte favorevole al mantenimento della riforma,definitivamente approvata nel novembre del 2005;ad ogni modo,auspico che qualunque sia l’ esito,non si riveli così nettamente propizia ad una parte politica (piuttosto che l’ altra),da pregiudicare ogni possibile dialogo tra i poli (=non in nome di un redivivo e camuffato “inciucismo” ,bensì della necessità di concordare insieme quelle riforme di interesse generale),alimentando così le velleità barricadere delle rispettive “ali estreme”.

Momenti romantici.

9 Giugno 2006 4 commenti

Non sono mai stato un “talentuoso” del pallone,anzi:qui a Roma,per il tipo di giocatore che ero si usa il (molto) significativo aggettivo di…ciavattaro. Però ricordo bene con quanta genuina passione m’ impegnassi,in ogni partita:non tanto per vincere,quanto piuttosto per provarci,senza zelo fanatico,senza ossessione,ma con convinzione,sino alla fine. Pensavo fosse una sorta di dovere etico di ogni dilettante onorare,nel proprio piccolo,lo sport più bello del mondo (=secondo me,beninteso).
Calciopoli mi ha ferito nella mia sensibilità di sportivo,prim’ ancora che indignato come tifoso di una squadra,la Roma,evidentemente DEFRAUDATA – insieme ad altre,come ad esempio l’ Inter – da un sistema di potere calcistico,da tempo servilmente funzionale ai gretti interessi di una sola società (=ovviamente la Juventus).
E’ tuttavia successo un episodio che ha…resuscitato quella mia concezione un pò romantica del calcio:ho visto le immagini della invasione di campo di un bambino tedesco nel bel mezzo dell’ allenamento del Brasile,la timida richiesta di un autografo al “suo” campione preferito,Ronaldinho,il rapido intervento degli addetti alla sicurezza che lo stavano trascinando via,infine il fuoriclasse sudamericano che li ferma,per stampare una dedica con autografo sulla maglietta brasiliana indossata dal bambino,che se ne è andato felicissimo (a dir poco…).
Probabilmente,Ronaldinho s’ è ricordato di quand’ era lui un bambino,povero e “malato” di calcio,magari frustrato nei suoi approcci ai campioni del periodo:ad ogni modo,vorrei,nel mio piccolo,rendere idealmente onore a lui ed a tutti quei campioni – tra i quali (mi) pare che Totti occupi un posto d’ onore – che son tali sia dentro che fuori il campo,e non dimenticano la passione genuina dei milioni di tifosi che,a prezzo di sacrifici anche grandi,seguono questi venti ragazzi in mutandoni che si disputano accanitamente un pallone sferoidale.

Quel fatidico 6 giugno del 1944…

6 Giugno 2006 7 commenti

Nelle prime ore di quel fatidico 6 giugno 1944, “la furia della democrazia alla riscossa” ,per dirla con le (quanto mai) azzeccate parole del Comandante Supremo Alleato,Generale Dwight Eisenhower,si abbattè sul settore normanno della famigerata Fortezza Europa hitleriana,travolgendolo ed aprendo così quel secondo fronte sul continente,tanto disperatamente invocato da Stalin,che avrebbe portato alla liberazione della Francia ed all’ accerchiamento totale del Terzo Reich,costretto infine,circa 11 mesi più tardi,alla resa finale.
La più grande operazione anfibia in tutta la storia (militare) dell’ umanità richiedette un lunghissimo e laboriosissimo sforzo di preparazione,non solo materiale – il concentramento della gigantesca massa di uomini e mezzi da sbarcare progressivamente – ma anche di intelligence,e benchè evidentemente coronata da successo,fu tutt’ altro che semplice,incruenta,scontata:nella sola spiaggia di Omaha,uno dei 5 pezzi di litorale investito dalle forze alleate,gli Americani persero oltre 3mila soldati nelle primissime ore,per la furiosa reazione dei difensori tedeschi.
Oggi sappiamo che la Wehrmacht era teoricamente in grado di ributtare in mare gli invasori,ma non vi riuscì – per fortuna di tutti noi,aggiungo!!! – ,per una serie di motivi,dall’ abilità dei servizi segreti alleati nel far credere ai vertici militari tedeschi che lo sbarco sarebbe avvenuto in tutt’ altro settore costiero,presso Calais,ove fu effettivamente concentrato il grosso delle forze germaniche,all’ arrogante incompetenza di Hitler,novello stratega da risiko,che pretendeva di dirigere infallibilmente a tavolino una cruenta battaglia in corso a migliaia di chilometri dal suo comodo rifugio blindato,alla disorganizzazione delle stesse truppe di guarnigione tedesche,in numero non sufficiente,scarsamente addestrate e poco motivate (si trattava,in molti casi,di riservisti anziani richiamati alle armi,misti a reparti di ucraini,lituani,ceceni,calmucchi,ecc…,che si erano “arruolati” nella Wehrmacht un pò per odio antisovietico,un pò per la paga,un pò per timore dei tedeschi).
Gli Alleati avrebbero comunque vinto la guerra,poichè la Germania non era strutturalmente in grado di resistere troppo a lungo alla strapotenza demografica ed industriale delle future superpotenze USA ed URSS,ma molto più tardi – almeno un anno dopo,cioè nella primavera del 1946 – ,e con assai più vittime,se l’ “Operazione Overlord” fosse stata resa vana da una pronta e massiccia reazione delle forze tedesche,e gli angloamericani ributtati a mare:esisteva difatti,allora,la concreta possibilità che potesse strappar loro una pace di compromesso,magari tenendo in qualche misura in piedi il regime nazista (seppur…depotenziato).
Onore quindi al genio vulcanico di Churchill ed a quello più mite di Roosevelt,che la vollero,ed ai loro generali che la pianificarono ed attuarono,seppur tra frequenti equivoci e contrasti (ad esempio tra l’ inglese Montgomery e l’ americano Patton),ma soprattutto a quelle decine di migliaia di (più o meno) anonimi soldati britannici,statunitensi,canadesi,caduti per abbreviare l’ esistenza del mostro nazista che pareva dominare invincibilmente tutta l’ Europa sotto la bandiera con le croci uncinate,che oggi popolano le migliaia di piccoli e medi “war cimitery” nella Francia settentrionale,e ai resistenti francesi,che collaborarono fornendo preziosissime informazioni all’ intelligence alleata sullo stato delle difese tedesche nella regione.
Parigi sarebbe stata finalmente liberata il 26 agosto,dopo 4 anni e 2 mesi di occupazione germanica:una libertà di cui,ancor oggi,tutti noi continuiamo a godere,malgrado le non poche lacune di un sistema per forza di cose imperfetto,ma certamente democratico .

p.s. Tra la sterminata mole di opere dedicate a questa grandiosa impresa umana,mi permetto di segnalare quelle che ritengo più valide ed obiettive:

1) “Sie kommen!”,di Paul Carell,Longanesi editore (1969);

2) “Overlord”,di Max Hastings,Mondadori editore (1985);

3) “D-Day”,di Stephen Ambrose,Rizzoli editore (1994).

Figli legittimi e no (?) di questa nostra Repubblica…

1 Giugno 2006 8 commenti


Se il 25 aprile ricorre simbolicamente la fine dell’ oppressione nazifascista,la vera data di nascita della democrazia repubblicana può ben farsi risalire al 2 giugno del 1946 allorchè,per la prima volta nel corso della sua plurimillenaria storia,il popolo italiano venne finalmente chiamato a determinare pubblicamente e liberamente il proprio futuro istituzionale:scelse,com’ è noto,la Repubblica,quel regime politico in cui non esistono più sudditi d’ un Re per Grazia Divina e volontà della Nazione ,ma liberi cittadini di uno Stato democratico,in cui la sovranità appartiene esclusivamente al popolo stesso.
In quel fatidico giorno di sessant’ anni fà,oltre a scegliere la forma di stato che ritenevano più idonea,gli italiani elessero anche i membri di quella Assemblea Costituente,incaricata di scrivere la nuova Carta fondamentale dello Stato,che fu anche il primo Parlamento eletto del nuovo corso repubblicano (furono ad esempio i costituenti a ratificare il Trattato di Pace,il 10 febbraio del 1947):insomma,fu proprio allora che l’ Italia fece il suo ingresso nella comunità delle nazioni democratiche.
La Festa Nazionale della Repubblica è,perciò,una celebrazione realmente di tutti,compresi quegli sconfitti monarchici e missini,che presero allora per la prima volta confidenza colle regole del moderno gioco democratico,una vera festa nazionale in cui dovrebbero sostanzialmente riconoscersi tutti gli italiani,a prescindere dalle pur assolutamente legittime opinioni politiche di ciascuno di essi.
E’ merito del (mai troppo) compianto ex Presidente Ciampi l’ aver ridato nuovo lustro a questa celebrazione,in primis ripristinando quella solenne parata militare per i Fori Imperiali,in cui sfilano rappresentanti di tutti quegli organi dello Stato incaricati di garantire la sicurezza dei cittadini,dalla Polizia di Stato alla Protezione civile,dall’ Esercito alla Croce Rossa Italiana,che indossando la loro uniforme o veste d’ ordinanza,così servono quotidianamente – e degnamente – la patria,quella patria repubblicana che NON è nè di destra nè di sinistra ma,più semplicemente,di tutti,di tutti i suoi figli,compresi quelli che poco o nulla la riconoscono idealmente come loro madre ,ed anzi,magari,la ripudiano.
I settori più radicali dell’ attuale coalizione governativa hanno scatenato una furiosa polemica propagandistica,nell’ evidente tentativo di sminuire la portata delle celebrazioni,a partire dalla parata:essi,difatti,affermano che oramai si tratta solo di una pomposa celebrazione dal sapore vagamente bellicista,e citano – a sproposito ,come si vedrà – la Costituzione per legittimare politicamente,giuridicamente e culturalmente questa loro discutibilissima tesi di parte. Ma le cose stanno davvero così?
Io non lo credo affatto.
L’ Italia è certamente una nazione democratica che,memore degli orrori della seconda guerra mondiale di cui,con Mussolini,si rese parzialmente colpevole,ripudia la guerra come strumento di offesa dei popoli e di risoluzione delle controversie internazionali ,ma essa fa anche notoriamente e legittimamente parte di varie organizzazioni sovranazionali,dalle Nazioni Unite alla NATO,alla Unione Europea,che hanno come loro fine precipuo appunto la garanzia di un ordine internazionale stabile e pacifico,da tutelare,se necessario,anche col ricorso – secondo procedure legali standardizzate – alla forza militare,purchè nel quadro di decisioni internazionalmente,liberamente e paritariamente condivise (=è proprio questo il senso del secondo comma dell’ art. 11 della Costituzione,che troppi “pacitonti” sembrano stranamente non ricordare mai. Chissà perchè…!).
In virtù di ciò,fin dalla – correva l’ anno 1961 – eroica quanto sfortunata missione dell’ Aeronautica militare italiana nello Zaire sconvolto da una sanguinosa guerra civile,quando ben tredici aviatori italiani ,impegnati a trasportare nella disastrata zona di Kindu aiuti umanitari ,furono BARBARAMENTE MASSACRATI da una banda di guerriglieri locali,uomini e mezzi delle nostre Forze Armate,sempre in un doveroso quadro di legittimità giuridica internazionale (in genere,dietro approvazione dell’ ONU),han portato soccorsi e aiuti di ogni genere a comunità sfortunate di tutti i continenti,spesso a rischio della vita:dall’ invio (1979) di unità della Marina nel sud-est asiatico per soccorrere i profughi sudvietnamiti e cambogiani ( i boat people ),alla missione in Libano (1982-’84),dalla missione “Ibis” in Somalia,nel 1992-’94,sino agli interventi in Bosnia (1995),Albania (1997) ed a Timor Est (1999),per arrivare alle attuali missioni in Afghanistan ed Irak,essi han sempre operato dietro delibere dei legittimi organismi sovranazionali,opportunamente e doverosamente approvate dal Parlamento della Repubblica.
Ognuno può pensarla come crede,sulla situazione politica internazionale,ma non può realisticamente e razionalmente contestare l’ operato di quelli che,oggi più che mai,dai Carabinieri della Multinational Specialized Unit al Corpo Militare della croce Rossa Italiana,sono veri e propri professionisti della pace,impegnati legittimamente a garantire un minimo di ordine come – degni – rappresentanti e,se mi è concesso, figli di quell’ Italia,di quella patria repubblicana che,a prescindere dal “colore” politico del governo del momento,ha ogni volta pubblicamente e maggioritariamente scelto di mandarli lì,a fare onore a se stessi,come pure al Paese che rappresentano,raccogliendo spesso la stima generale (sia degli alleati occidentali che delle genti locali).
Le scelte strategiche spettano alla politica,com’ è giusto che sia,scelte rispetto alle quali ognuno di noi può pensarla come meglio crede,senza per questo dover mai essere insultato,denigrato,criminalizzato,mai:entro il 2006 il contingente italiano in Irak sarà comunque ritirato,e loro,i suddetti operatori di pace,obbediranno ancora una volta. Come sempre.
Non togliamo però loro il sacrosanto diritto di essere degnamente rappresentati il 2 giugno,quando si festeggia il 60° compleanno di quella Repubblica democratica di cui anch’ essi sono figli,e servitori,più che degni. Fin da Kindu.
Cioè da sempre.

Ecco perchè non vedrei benissimo D’ Alema al Quirinale…

8 Maggio 2006 1 commento

Alcuni giorni fà,un altro blogger di Tiscali (si) domandava pensosamente quale causa realmente ostacolasse la nota ambizione quirinalizia del presidente diessino,sottintendendo polemicamente l’ esistenza d’ una pregiudiziale ideologica a danno di D’ Alema,dovuta al suo arcinoto passato comunista (pregiudiziale che,secondo questo mio “collega”,non aveva più alcuna ragion d’ essere,se mai l’ aveva realmente avuta).
Personalmente credo abbia ragione:(mi) pare difatti un pò meschino addebitare oggi,nel 2006,al leader postcomunista il suo passato di militante marxista,usando tale argomentazione come unico,o comunque principale elemento ostante la sua nota e legittima ambizione di sedere sul trono quirinalizio per i prossimi sette anni.
Certo egli,come in genere tutti i – neo o post che siano – comunisti,ha davvero storicamente sbagliato tutto,aderendo per decenni ad una dottrina liberticida e ad un sistema,come quello del Patto di Varsavia,totalitario e fondato appunto sulla suddetta dottrina intrinsecamente illiberale ,ma non è stato affatto l’ unico,e tra gli (oramai) ex compagni,è e resta uno dei più luicidi,ed anche impietosi nel fare – benchè solo troppo occasionalmente,purtroppo – autocritica (è la classe politica ex comunista a dover semmai operare un ben più serio,profondo e collettivo ripensamento delle proprie matrici culturali e politiche,per dare così finalmente vita a quel partito socialista di stampo europeo,necessario per innovare e stabilizzare il nostro quadro politico).
Ad ogni modo,anche la Prima Repubblica ha visto illustri personalità (ancora) comuniste – un nome su tutti:Nilde Jotti – rivestire alti incarichi istituzionali (nel suo caso,Presidente della Camera,eppoi della prima Commissione Bicamerale per le riforme istituzionali,attiva tra la fine degli anni ’80 ed i primi anni ’90),con uno spirito equilibrato riconosciutogli poi anche dai più acerrimi avversari politici.
Tantopiù che lo stesso D’ Alema può vantare una certa esperienza internazionale,abbinata a non comuni doti – politiche e insieme personali,caratteriali – di leader indubbiamente carismatico ed autorevole:ha fama universale di “antipatico”,ma un leader non può e non deve necessariamente risultare simpatico proprio a tutti,semmai deve badare a gestire in maniera autenticamente collettiva ,cioè nell’ interesse generale del Paese,la cosa pubblica (=e mi pare che,nel passato anche recente,egli ci abbia fornito alcune dimostrazioni pratiche in tal senso).
Insomma,D’ Alema è un autentico leader politico,capace anche di scelte (apparentemente) impopolari ma,alla lunga,strategicamente vincenti:allora perchè in così tanti,non solo a destra (= la mia parte),non sembrano volerlo affatto quale successore di Ciampi?
Al di là di motivazioni più o meno nascoste,soprattutto da parte di certi uomini politici (anche di sinistra),credo che ciò sia dovuto a due ordini di motivi:
1°)egli di fatto ha puntato al Quirinale (solo) come opportuno “ripiego”,dopo aver notoriamente perso la Presidenza della Camera dei deputati in virtù dello scippo bertinottiano;
2°)la sua candidatura è stata avanzata in maniera lapidaria ed improvvida,peraltro neppure,almeno inizialmente,da tutta l’ Unione,ma solo da una parte della coalizione di centrosinistra.
Mi pare che ciò ne faccia un candidato troppo di parte ,sbilanciato,quasi “imposto” dai rappresentanti di metà del Paese a quelli dell’ altra metà:insomma,proprio tutto il contrario del pur lodatissimo “metodo Ciampi”,di cui l’ Italia non ha mai avuto tanto bisogno come oggi,in cui è politicamente spaccata a metà.
Insomma,non tanto di per sè,ma per come si è,di fatto,andata configurando,la candidatura di D’ Alema,benchè assolutamente legittima,rischierebbe “solo” di alimentare ulteriormente quella profonda divisione politica che già taglia a metà la società italiana.